Pier
Sante Pruccoli
Seduto su un freddo
sasso, che mi ricorda che nonostante la mite temperatura è ancora inverno,
guardo pensieroso.
Di fronte a me un
paesaggio meraviglioso: il mio sguardo può spaziare su una valle scavata con perizia
dal fiume che la attraversa, come un pittore fantasioso ha disegnato anse,
scavato piccoli dirupi.
La foschia stende un velo
sui colori dell’inverno, qualche ciuffo verde spezza il grigio ed il bruno che
domina la valle. Tutto è immobile. Sembra che il mondo si sia fermato un attimo
per darmi il tempo di riflettere.
Se la foschia non mi avvolgesse potrei
vedere le cime dei monti che immagino ancora innevate e, dal lato opposto il
mare; il mio sguardo cade su una pianta vicino a me: un albero spoglio che si
staglia maestoso e triste nel cielo grigio. Spoglio con i rami protesi verso
l’alto come una mano che cerca di afferrare qualcosa di irraggiungibile.
Su qualche ramo le foglie
rinsecchite che il vento non è riuscito a strappare a testimonianza dello
splendore che fu, di un’estate ormai lontana, quando gli uccelli rallegravano
con il loro cinguettio quell’albero così pieno di
vita con infinite sfumature di verde che coloravano quelle foglie le cui
superstiti rimangono abbarbicate come a voler negare il
tempo che passa, non si vogliono rassegnare al loro ineluttabile destino. Sono
foglie morte. È passato poco meno di un anno da quando timide e pallide si sono
dischiuse alla luce di quel sole, allora temuto per il suo calore, senza sapere
che sarebbe divenuto forte, fortissimo, caldo ed impietoso nelle giornate di agosto, ma loro, le foglie di un bel verde scuro più
forti del sole, con la loro ombra a proteggere erbe e fiorellini più deboli,
invincibili, forti contro il vento forte e caldo, quando il garbino cercava di
disidratarle, di strapparle dal ramo. Fortissime quando gli
uccellini volando contro il vento cercavano di raggiungere un riparo fra i rami.
Gioiose quando i passerotti con il becco, intrecciavano il nido, o quando una
giovane coppia sceglieva la loro fresca ombra per .....
Invincibili. Eterne.
Utili. Indispensabili.
Voglia di vivere.
Abbarbicate ad una vita
che non c’è più.
Dietro a quelle foglie,
vedo i resti un castello, una fortezza edificata su un colle da cui si domina la
valle, nulla può attraversala senza essere visto. Sembra una costruzione
imponente, eterna. È passato molto più di un anno da quando,
guidati da un tiranno borioso, alcuni uomini hanno dato la vita, sotto il peso
di quei massi trascinati là in cima per costruire un sogno, una realtà durata
anni, forse secoli.
Immagino quel castello
animato da personaggi duri, forti. Sporchi del sangue dei nemici che hanno
osato attraversare la valle, sporchi di polvere e di cibo, portato loro da
umili contadini da loro sottomessi. Perché loro sono
forti, pieni di vita, hanno il senso dell’eternità.
Riapro gli occhi e vedo
quel che resta di quella fortezza: i muri sono tornati
sassi, i contadini sono andati a lavorare in città e chiunque può attraversare
la valle senza essere visto avvolto dalla foschia.
Quanto dura l’eternità?
Quanto dura la voglia di
vivere?
Consapevolezza. Forse è
questa la parola magica che a poco, a poco ti fa ritrovare la serenità. La
consapevolezza che è finita l’eternità, che non hai
più voglia di vivere.
Ritorno a guardare quell’albero spoglio.
È imponente. Forse perché
sono seduto, ma sembra che i suoi rami raggiungano il cielo.
Alcuni rami sono
spezzati, i segni del vento o della neve o comunque
dell’inverno; mi colpisce un ramo penzoloni che ha le gemme gonfie, quel velo
che ancora lo unisce alla pianta riesce a trasmettergli abbastanza energia per
continuare a vivere, a crescere. Tutta la pianta è piena di gemme che fra poco daranno vita a nuove foglie, l’araba fenice che risorge
dalle sue ceneri è qui davanti a me.
La base del tronco è
ricoperta di muschio, in mezzo al muschio un erbetta
verde chiaro che non conosco sta’
sgomitando per avere il suo spazio. Un passero in cerca di cibo, si
ferma per riposarsi su un ramo, un alito di vento fa vibrare i rami più piccoli
come a voler rianimare quella pianta, là nel prato un elleboro col capolino
chino come a volersi riparare, mi fa notare che il risveglio primaverile è già
iniziato. Mi viene in mente un prato di bucaneve, dove andavo nelle giornate più
miti nella speranza di vedere quello spettacolo
naturale e silenzioso che mi riempiva lo sguardo ed il cuore.
Il vento ha portato via
la foschia, il cielo si è colorato di azzurro, la
vallata di verde. Una margheritina che non avevo notato ha dischiuso i suoi
petali esibendo le sfumature rosse e lilla accentuate
dal bianco e dal giallo della corolla, un insetto mi svolazza attorno.
La mia mente si riempie
dei colori e della vita che c’è o ci sarà attorno a me: una distesa di violette
che profumano l’aria, il loro colore violento contrasta con la delicatezza
delle forme, le mie dita sembrano enormi quando
stringo uno stelo per raccoglierlo: i fiori nei prati possono raccoglierli solo
i bambini, solo loro possono essere così innocenti e delicati da non fargli
male. Mentre mi inebrio di quel profumo delicato e
intenso mi rammarico di aver strappato alla terra quella creatura delicata in
balia di chi è più forte di lei.
Mi rendo conto che il
mondo non si ferma mai, quando ci sembra che qualcosa sia immobile sono solo i
nostri occhi che non sono in grado di percepire ciò
che accade. È solo la nostra mente ad essere immobile.
Le gemme degli alberi si
gonfiano fino a scoppiare in un tripudio di colori, le foglioline da esse
spuntate come per miracolo, prima di un verde chiarissimo poi sempre più
inteso, i primi fiori di mandorlo e di pesco, poi i timidi rossastri fiori del
melo, le gialle primule tappezzano i fossi, i deboli e
fieri narcisi formano macchie gialle nei campi incolti. Le api cominciano il
loro infaticabile lavoro di raccolta del polline che durerà fino alla fine
dell’estate, le frettolose formiche raccolgono cibo da immagazzinare in quei
capolavori di architettura che sono i formicai, una
lepre si ferma un attimo per guardarmi da lontano, poi scappa come inseguita da
chissà chi.
Poi i colori intensi
dell’estate con i rossi papaveri, il profumo inebriante della lavanda, il blu
degli anemoni, le farfalle si confondono con i fiori.
Nella notte il
lampeggiare delle lucciole mi ricorda da bambino le prime volte in cui avevo il
permesso di star fuori dopo cena.
Mentre le lucertole
stanno immobili al sole, i fiori sfioriscono e si trasformano in bacche, alcune
foglie si colorano di giallo e di rosso, le bacche maturano ed il seme in esse contenuto, cade a terra, il cinguettio degli uccelli
rallegra l’aria ed il sole emana un benefico calore; la prossima primavera quel
seme darà vita ad una bellissima pianta.
Ritorno a guardare quell’albero spoglio.
È bellissimo. Non è
morente; sta’ attraversando un ciclo della propria vita.
Un rametto spunta dal
terreno non lontano dal tronco, sicuramente è nato dalla radice di quella
pianta maestosa, presto crescerà ed andrà a continuare la vita di quell’albero che ormai stanco, una primavera non avrà
voglia di gonfiare le sue gemme e si riposerà.
Muoversi,
con la testa che sembra tanto grossa.
Le luci attraversano le
palpebre socchiuse.
Non riesco a pensare,
il mondo gira attorno a me.
MARtinI Amore mio
Io ho fatto proponimento a
Dio servire
Com’io petesse
gire in Paradiso,
in santo Loco, ho sentito dire,
c’e continuamente sollazzo, gioco e riso.
Senza la
mia Anna non vi vorrai gire,
quella pazza testa e sincero viso,
che sanza lei non poterìa gaudire,
estando dalla mia
Anna diviso.
Non lo dico a tale
intendimento,
perch’io solo
peccato ci volessi fare;
se non veder lo suo portamento,
e lo bel viso e ‘lmorbido sguardare:
che ‘l mi terria in gran consolamento
veggendo la mia Anna
in gran Gloria stare.
Con la collaborazione di Giacomo da Lentini
Viandante
della rete, che approdato in questo sito ti chiedi:
“Dove sono finito? Chi sono colui che ha speso tempo e
denaro per allestirlo? A quale casta appartiene?”
Alla
casta dei commercianti associati a “
Siamo
il motore della civiltà : i commercianti
Non
tutti i commercianti del mondo, ma un gruppo di Villa Verucchio,
ergo, il fulcro della civiltà verucchiese,
i diretti eredi dei Villanoviani (pardon, civiltà verucchiese)
anch’essi grandi commercianti, di ambra soprattutto.
Non
sai dov’è Verucchio? Leggiti La divina Commedia:
“
Il Mastin Vecchio e il Nuovo da Verucchio
che fecer di montagna il mal governo,
là dove soglion fa’ di denti succhio”
(Dante)
Maledetti
da Cristo duemila anni fa’ (fuori i mercanti dal tempio) in questi duemila anni
abbiamo contribuito allo scambio culturale, tecnico e politico: i mercanti
girando in lungo ed in largo il mondo hanno portato
nelle loro città le nuove tecnologie ed i nuovi prodotti, hanno finanziato da
sempre la cultura ed ogni tipo di attività, ancora oggi ogni evento, dal più
piccolo al più grande si basa sulla raccolta pubblicitaria, ed ogni parrocchia
fa’ il giro dei commercianti per riscuotere l’obolo per la sua festa.
Siamo
i discendenti di Marco Polo, che partito per la ricerca di nuove merci ha fatto
conoscere alla vecchia Europa le meraviglie delle Indie, noi oggi vi portiamo
sottocasa (anzi con questo sito dentro casa), le merci e le meraviglie da tutto
il mondo.
Di ogni
città antica si dice che è stata “fulcro di commerci da ogni parte del mondo”,
ogni festa di paese che si rispetti trae le sue origini da una fiera (fiera =
commercio). La fondamentale differenza fra i centri cittadini vitali ed i
famigerati quartieri dormitorio delle grandi città sono i negozi.
Noi
abbiamo deciso di riappropriarci del nostro ruolo storico, di essere i
protagonisti della vita.
Ti
proponiamo la nostra città, o il nostro paese, o come
lo vuoi chiamare, in tutti i suoi aspetti culturali, artistici, curiosi e
naturalmente commerciali.
E
chi la vede e non se n’innamora,
d’amor
non avrà mai intelletto.
(Dante)
No!
Siamo simili ai nostri predecessori, che lungo questa strada (
Da
sempre viandanti, mercanti e trasportatori, risalgono
Alcuni
nostri trattori (nel senso di gestori di trattorie) hanno iniziato la loro
attività con i carrettieri che da Cervia trasportavano il sale (le famose
saline di Cervia); oggi i trasportatori preferiscono strade più veloci, ma noi
non possiamo dimenticare l’origine della nostra tradizione commerciale.
A
questo punto ti verrà da pensare: “se siete così
importanti, se avete alle spalle tanta cultura e tanta storia, se siete dei
benefattori che pagano le feste, le luci di Natale, se pensate sempre alla
nostra gioia ed al nostro divertimento, è ora che vi facciamo un monumento!”
Siamo
troppo modesti per accettarlo, ci accontentiamo che
compri le nostre merci.
L’ ho baciata! Mi ha baciato! Ci siamo baciati!
Non riesco a dormire.
Un’euforica energia mi percorre tutto il corpo, dai piedi alla mente. Ho un
fumetto in mano che non riesco a leggere. Sento il suo profumo, sento il suo sapore. Sono
elettrizzato, sento il cuore più rumoroso e più veloce della sveglia che ho sul
comodino.
Più bello dei sogni, più
bello della realtà, non potrò raccontare a nessuno questo stato d’animo perché
non esistono parole per farlo, e se esistessero non
credo che qualcuno potrebbe capirle fino in fondo.
- Vai già a casa? Così presto? Ci vediamo
domani sera?
- Non lo so.
- Come non lo sai. Io voglio
vederti, voglio vederti sempre.
Ricordi e pensieri si
accavallano nella mia mente, si incrociano, si
rincorrono, prima che finisca l’uno comincia l’altro, poi di nuovo il primo poi
di nuovo l’altro, poi uno nuovo, poi le sue parole, il suo profumo, il suo
sapore, il tutto frullato nella mia testa.
Una Domenica iniziata
come tante. Mi sono alzato alle undici, in casa cerco
di starci il meno possibile, subito al bar: un caffè,
il giornale. Nel bar sono tutti tirati a festa, fumo, il rumore di un flipper;
qualcuno che urla e impreca per qualche partita di calcio, qualcun’altro
che gli urla di non urlare; tutto regolare, tutto uguale a sempre, mi siedo
fuori ad un tavolino. L’unica differenza, il ricordo del
Sabato sera passato da solo, con lei a parlare.
Non rammento gli
argomenti, solo la sensazione di benessere. Altre volte abbiamo parlato a
lungo, ma ne ho un ricordo diverso.
Questa sera discoteca,
non abbiamo parlato, siamo stati vicini, ci siamo
guardati, ci siamo baciati, il tempo è trascorso in un attimo. Non mi sono reso
conto di non aver parlato, i gesti, gli sguardi erano
domande e risposte che per esprimerle a parole sarebbero state necessarie
nottate intere. Un’atmosfera tranquilla e rilassata ci ha avvolto e isolato dal
resto del mondo, la complicità dei nostri corpi vicini rendeva inutile
qualunque parola, ciò che uno voleva dire, l’altro lo sapeva
già.
Sul
giornale, questa mattina ho letto qualche articolo; niente di particolare, di
Domenica ci sono soprattutto commenti, poi non riuscivo a concentrarmi su ciò
che leggevo. Mi
sono guardato in giro per vedere qualcuno con cui fare due chiacchiere.
Di certo non gli racconto
di lei .... mi prenderebbe in giro.
“Perché
non ci hai provato?”- “Tutta la sera insieme e non hai combinato niente?”
Sono un po' imbranato, è difficile trovare il momento giusto per dire
... per fare ....
Certe cose non si possono raccontare, soprattutto a proposito di donne; guai esitare
a provarci, ogni lasciata è persa. Eppure, per
me è tutto così difficile da pensare che sia impossibile che gli altri sappiano
sempre cosa fare. Poi certe volte è bello così, stare
vicini, parlare senza provarci, ma è meglio che queste cose rimangano un mio
piccolo segreto.
Questa sera non è stato
difficile, è successo tutto così ..., improvvisamente,
senza pensarci, tutto in maniera naturale, automatica, come l’avessi sempre
fatto; forse perché anche lei lo voleva.
La mattina si è
trascinata, come al solito fino l'ora di pranzo: 12.15
rigoroso.
Fame poca, voglia di un
aperitivo, ma i soldi sono pochi. Il pensiero alla serata, a
lei che verrà in discoteca, la speranza di riuscire ad entrare gratis.
Non ho incontrato nessuno per chiacchierare, è tardi,
di corsa a casa.
Dei discorsi dei miei
genitori non mi frega niente. Due palle. “Cosa ne so se vengo a cena. Dipende. Intanto non ho
abbastanza soldi per mangiare in pizzeria, se non
trovo qualcuno che mi paga la benzina il problema è già risolto.” Non posso certo rispondergli così, non mi darebbero più una
lira. Meglio un religioso silenzio. Se non lo chiedono più, quando esco gli
affermo che se alle sei non sono a casa significa che torno a mezzanotte; e
loro diranno che non capiscono, che vorrebbero sapere
dove vado e in ogni caso di tornare alle undici. Tutti i giorni i soliti
discorsi. Che palle.
Mentre mangiavo pensavo ancora lei, a cosa
dire, a cosa fare. Qualunque cosa immagini o progetti è sempre diversa dalla
realtà; nessuno che risponda come hai immaginato per darti modo di dire le cose
che avevi in mente, nessuno che faccia quello che hai pensato.
Quando la vedo arrivare
con le sue amiche, sono quasi le nove, mi si riempie il cuore; sono contento ... anche se non voglio confessare neppure a me
stesso la mia speranza, anzi la mia aspettativa.
Mi saluta, mi salutano le sue amiche, poi vanno al banco scherzando con
alcuni ragazzi. Non ho capito se sono arrivati insieme. Mi avvicino al banco,
in un angolo, ordino un whisky e cerco di capire. Forse non ho capito niente!
La tristezza mi ha avvolto.
Gravare di aspettative un momento od un avvenimento è forse il mio
errore più ricorrente. La delusione, la rabbia, la tristezza che ne seguono
deformano la realtà in modo che non riesco più a ragionare con lucidità; mi
sembra che mi cada il mondo addosso, che la sfortuna si accanisca contro di me
e finisco per comportarmi in modo che un’impressione diventi realtà. Ciò che
sarebbe semplice si complica, ogni parola che dico peggiora la situazione. Comunque tutte le parole ed i gesti che avevo preparato, si
rivelano inutili: lei parla e scherza con un altro. Non trovo di meglio che
ordinare un altro whisky e sedermi su una poltrona.
Al pomeriggio sono stato passato ancora al bar. Una partita flipper, una
sigaretta, due passi, una sigaretta, la solita gente, non esiste niente
di più noioso della domenica.
Osservo i cosiddetti
“adulti” con il vestito della festa e le macchine lavate.
Non farò mai quella vita:
lavorare tutta la settimana, al Sabato lavare la
macchina e
Io sogno una vita
alternativa, un lavoro creativo. Odio l’apparenza, la sicurezza economica, la
famiglia tradizionale, tutto ciò che si fa perché dovuto.
Quando siamo arrivati in discoteca, io e
altri due amici, non c’era quasi nessuno, era ancora presto; al bar era una
noia, meglio due chiacchiere con il barista del locale. È indaffarato. Mi siedo
in poltrona con i miei pensieri. Sono allegro, o meglio non sono triste.
La discoteca è il bar del
Sabato e Domenica, stessa gente, stessi riti. L’unica
differenza è la presenza delle donne, la speranza di trovarne una.
Ho vent’anni ma in certi momenti è come averne cento, anzi è peggio,
perché le delusioni del già vissuto si mescolano ad aspettative difficili da realizzare.
Mi ricordo che da bambino per farmi un complimento dicevano “ragiona come un grande”, ma la verità era nelle parole di mio babbo che
quando mi mettevo il suo cappello mi diceva “sembri un bambino vecchio”.
“Bisogna saper scegliere
i tempi, non arrivarci per contrarietà” cantava Guccini
e aggiungeva “ a vent’anni si è stupidi davvero:
quante balle si ha in testa a quell’età”
Questa sera però,
assaporo tutta la gioia dei miei anni, non m’importa nulla né del passato, né
del futuro ora c’è lei: bella, carina, meravigliosa, intelligente, .... tutto.
È arrivata
all’improvviso, mentre ero seduto su una poltrona, assorto, assente, immerso in
pensieri che non hanno più importanza, mi ha preso per
mano e ci siamo seduti in un angolo appartato, ci siamo guardati ed il resto
non lo ricordo, ricordo solo il sapore delle sue labbra ed il calore del suo
corpo. Bellissimo.
È strano come la vita
possa cambiare radicalmente, o almeno l’atteggiamento verso di essa cambi, senza che sia cambiato nulla delle cose rincorse
in ogni momento.
Ho gli stessi soldi di
ieri, lo stesso tempo, la stessa macchina, gli stessi
vestiti, gli stessi genitori, la stessa casa di ieri, eppure è scomparsa la
noia, la tristezza, ho voglia di vivere.
No, non sono rimbecillito
da una cotta, la mia mente non è offuscata dall’innamoramento. Sono
perfettamente lucido, sono consapevole di aver scoperto un sentimento vero, non
dettato da una moda, da una tradizione o da una cultura, ma una cosa che è
sempre stata dentro di me.
Ora dormo, domattina devo
essere riposato per affrontare la vita e la ricerca di tutte le cose
meravigliose che ho in me.
Nelle
estati degli anni ‘70, nell’entroterra della costa romagnola, i ragazzi
“calavano al mare” con ogni mezzo: i più fortunati in macchina, la maggior
parte in autostop, i temerari con il motorino; ogni sera si raggiungeva il
lungomare a caccia di vichinghe. L’atmosfera era quella americana
della corsa all’oro, o meglio per chi se lo ricorda quella del film American
Graffiti. Serate passate all’insegna della trasgressione fra scherzi, storie
serie e tentativi di conquiste; il mito erano le
disinibite ragazze svedesi, allora numerose in vacanza sulla costa, si diceva
venissero in vacanza in Italia per vivere un’avventura con un maschio latino
Le prime serate calde, si
passavano a chiacchierare mentre si guardavano le luci
della costa in lontananza; si raccontavano le avventure dell’estate dell’anno
prima, si facevano progetti per l’estate che stava iniziando, si parlava del
campeggio, allora unica forma di vacanza, poi una sera si notavano le luci dei
primi charter che atterravano a Rimini e quello era il segnale di inizio della
“calata”. Qualcuno non si faceva vedere più al bar fino a settembre, qualcun’altro faceva la stagione in un bar od in una
pensione, gli altri decidevano sera per sera cosa fare.
I più piccoli come me,
ascoltavano, senza intromettersi per imparare e per sognare. Da racconti un po'
esagerati, misti alla fantasia di un ragazzino, ne risultava
un mondo straordinario fatto di incredibili locali da ballo popolati da
moltissime ragazze alte e bionde smaniose di trovarsi un ragazzo per la loro
vacanza. Stando ai racconti ce n’era per tutti anche per ragazzini come me, ma
il limite di rientro alla mezzanotte era un ostacolo insormontabile, qualunque fosse il mezzo di locomozione o la compagnia, era
impossibile sperare di rientrare per quell’ora.
Alcuni raccontavano di essere tornati il mattino dopo, appena in tempo per
recarsi a lavorare!
Le calde serate estive di
un adolescente hanno un sapore particolare, ci si sente grandi, si esce da
soli. Un maglione, legato alla vita, per compiacere i
genitori e via a passeggio, respirando a pieni polmoni l’aria che profuma di
fieno appena tagliato. Per strada c’è gente, in agosto
poi c’è gente nuova: i turisti. La maggior parte di loro sono paesani
emigrati in città con la voglia di raccontarne le meraviglie e suscitare la
nostra invidia. Comunque erano anche loro, per me,
terra di scoperta; è stato in questo modo che ho saputo che HI FI si pronuncia
“ai -fai” e solo in seguito seppi che significava alta fedeltà, io ero già
orgoglioso di chiamarlo “stereo” parola ignota ai miei genitori. Le ragazzine
di città si atteggiavano a dive: profumatissime e ben vestite, consapevoli di
conoscere mondi a noi, ragazzi di paese, sconosciuti. In me crescevano i dubbi
sul mio modo di parlare e vestire: la paura era che si notassero le mie origini
contadine ed le difficoltà economiche della mia
famiglia. Innocenti battute, potevano diventare coltellate al mio orgoglio.
Seppi solo dopo anni che la vita nelle località della cintura milanese non è
molto diversa dai paesi e chi dichiara di vivere a Milano non abita
necessariamente in piazza Duomo.
Una sera , la grande occasione: un amico di qualche anno più grande
che ha comprato una cinquecento bianca di seconda mano, mi propone di fare un
giro al mare, assicurandomi che saremmo tornati per mezzanotte. Partiamo senza
indugi. In macchina non si fuma e ci si pulisce le scarpe prima di salire.
L’odore della plastica e dei prodotti per pulirla si mischia all’esalazione
della benzina; abbasso il finestrino per far entrare un po' d’aria, e via verso
il mare.
Il finestrino aperto non
è sufficiente a dissolvere i profumo pungente emanato
dall’alberino magico che dondola dallo specchietto retrovisore, nonostante vi
sia ancora attaccata la bustina di plastica per limitarne gli effetti e
soprattutto per prolungarne la durata. Il rumore del motore, le vibrazioni, la
velocità ridotta e le scarse occasioni di spostarmi in macchina accentuano la
distanza e il divario fra la vita al mare quella delle sere in paese. Per tutto
il viaggio, il mio amico, mi decanta le qualità della sua cinquecento di
seconda mano tenuta benissimo: non un graffio, sedili che sembrano nuovi e un
motore che sicuramente ha i chilometri dichiarati, perché visionata dal
meccanico di fiducia (l’unico!).
Quando scendiamo sono un po' emozionato, un
pensiero ai miei genitori che a quest’ora dormono e
non immaginano che io possa essere qui, mi accendo una sigaretta e con aria da
grande iniziamo la nostra passeggiata sul lungomare.
Mille sensazioni nuove mi
pervadono, le luci illuminano a giorno il viale, i negozi sono tutti aperti
come fosse Sabato pomeriggio, c’è tanta gente a passeggio
che sembra giorno di mercato e il profumo di salsedine si alterna alle vampate
di profumi che provengono dalle persone che incrociamo. Per
molti minuti non riesco a dire una parola, i miei occhi non sono sufficienti
per vedere tutto: la maggior parte dei negozi ha più merce esposta fuori, di
quella all’interno; essi si avvicendano senza soluzione di continuità, uniche
eccezioni per lasciare spazio all’entrata di un hotel o di una sala giochi: una
sterminata quantità di merci lungo il marciapiede a perdita d’occhio. Il
sogno viene interrotto dal mio amico, che intanto
aveva esaminato la folla del viale, come un falco scruta la radura in cerca di
una preda, e mi avvisa del nostro primo tentativo, l’obiettivo sono due ragazze
vicino ad una panchina: ci mandano a quel paese. Io divento tutto rosso,
comincio a sudare e mi chiedo chi diavolo me l’ha fatto fare
di infilarmi in questa situazione. Voglio andare a casa, voglio
stare tranquillo, non sono capace di fare queste cose.
Il mio amico, deciso come
un pompiere continua a camminare ed io dietro come un cagnolino. Ad un tratto
si ferma per dirmi che proviamo con quelle due alla
cabina telefonica, la più bassa è per me. Descrivere cosa ho pensato da quel
momento fino a quando lui ha detto non so cosa a quelle due, è impossibile; un
vortice di pensieri, emozioni, caldo e sudore. Non so se non ricordo o non ho
sentito il dialogo che ha portato le due ragazze a venire con noi; ricordo solo
che la ragazza a me destinata ascoltava in silenzio e sembrava un po' succube dell’amica,
questo mi ha incoraggiato pensandola simile a me. Ci siamo poi incamminati, due
a due verso una discoteca; il pensiero di dover dire qualcosa a quella ragazza,
ora che il mio amico viveva ormai la sua storia e non poteva più parlare anche
per me, ha vuotato definitivamente la mia testa, non ho detto nulla, forse
nemmeno il mio nome. Tutto il mio ricordo è costellato di forse perché ero
talmente frastornato che confondo ciò che ho pensato con ciò che ho vissuto.
Finalmente siamo entrati in
discoteca e ballando con lei mi sono rilassato ed ho ripreso il controllo di me
stesso. Già dall’ingresso, si notava il cambio di ambiente:
la moquette in terra e l’atmosfera ovattata, l’aria viziata e piena di fumo, la
musica martellante, contrastavano con la brezza di mare e la confusione delle
persone che chiacchieravano passeggiando, ma a me sembrava la logica
continuazione. Quella discoteca non corrispondeva all’idea che mi ero fatto in
seguito ai racconti, ma non ci feci caso, avevo altri
pensieri che riempivano la mia mente.
La serata è stata
piacevole, abbiamo parlato di cose normali, dei lavori che facevamo, delle
nostre aspirazioni. Lei era della Valtellina, non
sapevo bene dov’era, ma mi sono guardato bene dal chiederglielo per paura di
fare una brutta figura, lavorava in un albergo non ricordo se in sala od in
cucina e sperava di emigrare in Svizzera o in Austria, io ho cercato di
convincerla che l’Italia è il posto più bello con scarsi risultati. Non era per
così dire, un’allegrona, sembrava stesse al mare a
lavorare malvolentieri, non ho capito se non le piaceva il posto o il lavoro o
entrambe le cose.
La serata è stata
purtroppo breve, dovevamo rientrare per mezzanotte e fortunatamente per me,
l’orario era tassativo anche per il mio amico, nonostante
fosse più grande di me, il fatto di essere uscito con la macchina ne limitava
gli orari.
Usciti dalla discoteca
l’ho riaccompagnata all’albergo dove lavorava ed il silenzio è calato su di
noi, di nuovo quella sensazione di inadeguatezza mi
bloccava ogni parola, ora accentuata dal silenzio dei vialetti secondari che
stavamo percorrendo. L’aria era rinfrescata, una folata di vento mi porta un
brivido di freddo, l’unico rumore che si sente è
quello delle foglie scosse dal vento, avendo nelle orecchie ancora il rumore
della discoteca e la confusione del lungomare, l’atmosfera sembra irreale.
Dopo averla salutata ho raccolto tutto il coraggio che avevo a disposizione e con
il cuore in gola, l’ho baciata. Lei non si è ritirata, ma non ha detto nulla e,
dopo un attimo di esitazione, se ne è andata; io sono
tornato allo stato confusionale in cui ero all’inizio della serata, quando mi
sono ripreso mi sono reso conto che lei non c’era più e non le avevo chiesto se
ci saremmo rivisti. Non ero nemmeno certo che avesse reagito positivamente al
mio bacio. Sono rimasto lì alcuni minuti a cercare di
capire cosa mi era successo.
Al
ritorno, in macchina, dopo che il mio amico mi aveva chiesto se l’avevo
baciata, mi sono sentito più grande: avevo vissuto anch’io un’avventura al mare. Ora alla sera con gli amici,
guardando il mare, avrei potuto parlare anch’io.
Un giorno di tanti anni fa’, così tanti da non ricordarselo, nel reame governato dal perfido tiranno Diodenaro e dalla moglie Nonotempo, in un paesino chiamato Lasulmonte, che nessuno sa più dov’è, nacque una bambina speciale, così speciale che bastava guardarla per accorgersene.
In quel tempo, gli
abitanti del reame erano tutti tristi: quando lavoravano erano addolorati di
non avere tempo; quando avevano
tempo si annoiavano e non sapevano cosa
fare; quelli sposati invidiavano gli scapoli; gli scapoli facevano di tutto per
sposarsi; tutti volevano tutto e non potendolo avere si disperavano giorno e
notte.
Questa situazione
cominciò un brutto giorno, quando Diodenaro per
timore di perdere il potere, chiamò un mago cattivo di nome Nevogliopiuditè,
e gli chiese di fare una magia per tenere in pugno i suoi sudditi; egli era
consapevole, come tutti i tiranni, di essere perfettamente inutile.
Fino a quel momento, i
sudditi avevano sofferto per fame e privazioni, lavorando sodo per molte ore al giorno, per costruire un avvenire più sereno ai loro
figli, e non avevano tempo per pensare ad altro.
“I miei figli devono avere una casa!”;
“Mio figlio deve studiare, non dovrà ammazzarsi di fatica come me!”;
“Per mio figlio, voglio
dei bei vestiti ed una bella automobile!”;
questi erano i pensieri ricorrenti.
Quando tutto questo era
stato raggiunto, i figli, che avevano tutto, avevano anche il tempo per pensare
a come stavano vivendo; pensavano a come impiegare meglio il tempo, a come
crearsi un avvenire migliore e qualcuno diceva che si
doveva cacciare via Diodenaro.
Allora il mago fece un
sortilegio a tutti coloro che vivevano nelle terre di Diodenaro e colpiva anche coloro che passavano di là, anche
solo per poche ore: il maleficio consisteva nel far sì che tutta la gente
scambiasse il significato delle parole e nessuno riuscisse a fare quello che
voleva, solo chi riusciva a pensare rompeva il sortilegio; più erano caparbi
più erano infelici, perché nonostante l’impegno non raggiungevano mai
l’obiettivo che si erano prefissi, anzi se ne allontanavano sempre più.
Vi faccio un esempio:
benestante significa uno che vive bene, cioè che ha
tutto ciò che gli serve per star bene; allora succedeva che chi non aveva
nemmeno di che sfamarsi, sognava di diventare benestante. Però
per effetto del sortilegio scambiavano la parola benestante con ricco, quindi
queste persone lavoravano per diventare sempre più ricche e non spendevano per
non perdere la loro ricchezza, se non spendevano non avevano ciò che gli
serviva, così più erano ricchi e più volevano diventarlo. Più erano ricchi, più
lavoravano, più erano infelici perché in realtà volevano diventare benestanti.
Il sortilegio non durava
per sempre, ma perdeva lentamente il suo effetto appena la gente cominciava a
pensare e a ragionare con la propria testa, allora Diodenaro
per rinnovarlo giornalmente fece mettere in tutte le case una
finestra magica, da dove i poveri sudditi, credevano di vedere ciò che
succedeva nel mondo, invece alla finestra vedevano delle immagini stregate,
frutto della volontà di Diodenaro e della magia di Nevogliopiuditè; i quali, spesso creavano immagini di povera
gente, che sicuramente stava peggio di chi li guardava, così i sudditi,
passavano molte ore a questa finestra per rincuorarsi, e più stavano alla
finestra e più aumentava il sortilegio; per fortuna non si poteva obbligare
nessuno e così c’era qualcuno che non stava alla finestra e cercava di
tramandare il vero significato delle parole.
Ma Diodenaro
era molto perfido e molto cattivo, e passava le sue giornate ad elaborare
strategie per rendere innocui coloro che risentivano meno del sortilegio, così un
giorno divise i sui sudditi in categorie: gli strani, gli handicappati, i matti
...; poi ogni tanto aggiungeva una categoria: i neri,
i drogati ...; in questo modo quando qualcuno faceva un discorso usando i
significati veri delle parole, la
congrega degli stregoni stabiliva che appartenevano ad una delle categorie e
nessuno più lo ascoltava: si prestava attenzione solo ai “normali”.
Ora che vi siete fatti
un’idea delle stranezze di quel reame, torniamo alla nostra bambina speciale.
Appena nata, gli stregoni si accorsero subito che non rientrava nella categoria
dei normali, alla quale appartenevano i più colpiti dal sortilegio, ma non
dissero niente a nessuno per paura che i genitori ed i loro parenti
ricominciassero a pensare, però la cosa non poteva rimanere segreta, perché era
evidente, lo si capiva dall’aspetto fisico, allora
mandarono tutta la famiglia da stregoni esperti che potevano spiegare
l’avvenuto senza che nessuno cominciasse a pensare.
Quando tornarono
nella loro casa, a Lasulmonte, siccome la parola
aiutare, che significa sostenere nel momento del bisogno era stata scambiata
con pietà, e diverso, ovvero non uguale era stata cambiata con infelice e
sfortunato; i vicini e gli amici si prodigarono a consolare e a commiserare i
genitori che invece avevano bisogno di aiuto e sostegno.
Nonostante gli sforzi dei genitori che
cercavano di renderla normale, la bimba cresceva felice e contenta, anche se
sembrava più felice di lei, il fratellino che rideva sempre perché vedeva che
la sorella era speciale
ed erano divertenti i genitori quando
si preoccupavano o gli facevano fare assurdi esercizi, ma non poteva dirglielo
perché ancora non parlava, e rideva. Rideva perché sembrava normale, ma era
speciale, solo che lui era speciale dentro, nel cuore,
e nessuno lo sapeva. Forse non vi ho detto che insieme
alla bambina, era nato anche un fratellino, forte e robusto che dava gioia solo
a guardarlo.
Fu così che i genitori
dovevano stare tutto il giorno ad accudire questi due bambini e non avevano più
tempo per guardare alla finestra di Diodenaro, anche
quando avevano tempo di farlo era così bello guardare i due piccoli che non
avevano voglia e bisogno di guardare quelli che stavano peggio alla finestra
magica. Anche i parenti, appena potevano, guardavano i
due frugoletti invece della finestra stregata.
Gli amici ed i vicini più
colpiti dal sortilegio, vedendo che le loro frasi non avevano effetto
cominciarono a classificare nella categoria degli strani, che era la più lieve, i genitori e si allontanarono da loro, gli
altri seguirono un po' le sorti dei parenti.
Passava il tempo e mentre
i bambini crescevano felici, i genitori e chi stava
attorno a loro, cominciavano a ridare alle parole il loro antico significato:
aiutare, gioia, amore, serenità appagavano chi le perseguiva, piano, piano
cominciarono a pensare e a dialogare fra di loro.
Si! Perché
senza pensare e con le parole che avevano un significato strano era difficile
anche parlarsi.
Era divertente guardare i
sudditi di Diodenaro quando parlavano fra di loro: se li vedevi da lontano,
tutto sembrava normale, ascoltando quello che dicevano non potevi far altro che
ridere;
sembrava fossero tutti sordi: uno diceva che pioveva e l’altro gli
rispondeva che erano meglio i maccheroni. E si
entusiasmavano anche! Ognuno a sostenere la propria tesi.
Alcuni di questi li potevi vedere dalla finestra magica e nelle case nessuno si
accorgeva dell’assurdità dei discorsi, anzi anche le famiglie si dividevano sulle
due tesi: quelli che pioveva e quelli dei maccheroni; poi nel bar o quando si
incontravano con gli amici, per giorni la solita, assurda discussione.
Poi i genitori
cominciarono a pensare come sarebbe stata loro vita e quella dei loro figli,
misero in dubbio l’importanza di essere ricchi, che in
quel tempo era la cosa principale, misero in dubbio l’importanza di sfoggiare
bei vestiti e belle macchine, misero in dubbio perfino che fosse più bello
lavorare in ufficio piuttosto che nei campi, praticamente misero in dubbio
tutto ciò che a tutti sembrava scontato.
Intanto si accorsero che
era la bambina speciale, che faceva ricordare il significato vero delle parole,
anche se nessuno capiva in che modo; la bambina non parlava, non faceva nulla
di particolare, però appena qualcuno si avvicinava a lei, cominciava subito a
rammentare qualche significato. Immediatamente sperimentava il vero significato
dell’Amore:
il desiderio intenso di far gioire la
bimba e vederla serena, poi dimenticava tutte le regole assurde dell’apparenza
ed era disponibile a fare qualunque cosa, qualunque smorfia, qualunque gesto
pur di vederla sorridere.
I genitori lessero
attentamente dei libri lasciati lì da viaggiatori che provenivano dal lontano
oriente, gente strana: mangiavano verdure e cereali, si amavano l’un l’altro, avevano un sacco di dubbi, si curavano con
quello che mangiavano.
Quando passarono dal regno di Diodenaro, furono colpiti dal sortilegio di Nevogliopiuditè, dimenticarono tutta la loro sapienza,
abbandonarono lì i loro libri e divennero normali. Il papà della bambina, non
capì cosa c’era scritto su quei libri, ma li conservò, perché intuì che
potevano essere importanti.
All’inizio fu difficile
capire il senso delle infinite parole stampate su quei libri, ma la tenacia, la
testardaggine erano proverbiali per gli abitati di Lasulmonte, così insistettero a leggere finché capirono che
dovevano stimolare la bambina ad usare i suoi poteri, anziché coccolarla; la
spronarono a sperimentare tutto quello che poteva fare, cosi mentre il
fratellino l’aiutava a fare le cose normali, lei era impegnata a diffondere la
conoscenza.
Amici e parenti già
influenzati dalla bimba, parlarono con altri dei veri significati delle parole
e della vita, e a poco a poco tutti i sudditi di Diodenaro
ritornarono a comprendere il significato vero delle parole, allora cacciarono
dal regno Diodenaro, la moglie Nonotempo
ed il mago Nevogliopiuditè. La bambina usò i suoi
poteri per rompere tutti gli incantesimi: la congrega degli stregoni fu
sciolta, le finestre stregate furono usate per diffondere la cultura e la
conoscenza, le categorie furono abolite perché ognuno era diverso dall’altro, e
la casa della bambina divenne un castello.
Finalmente, la bambina
speciale poté rivelare a tutti di essere in realtà una principessa e come tutte
le principesse era scarsa in matematica, ma studiò più
degli altri e si fece aiutare dal fratellino e dai genitori e vissero tutti
felici e contenti nel castello di Lasulmonte.
Senti il batticuore.
Guardati le mani sudate.
Raccogli le tue emozioni.
Sentile!
Poi spargile nel vento.
Sarai come una cometa,
che lascia una scia di felicità
La bandiera della logica sventolata dal pennone dell’arca della verità.
La vita
passata scrutando l’orizzonte, nella speranza di avvistare la razionalità.
L’amore guardato attraverso
la lente deformante della sessualità.
Poi, la tempesta arriva
improvvisamente,
l’arca della verità si inclina paurosamente.
Dentro il corpo tutto è
sottosopra come la mente.
L’amore, un vascello pirata
che assale l’arca.
Il corpo e la mente pervasi dalla pazzia.
Lentamente ed inesorabilmente
si diffonde un irrazionale benessere.
Dimentico delle logiche e
della razionalità,
un unico desiderio, un unico bisogno: averla vicino.
Niente può essere più bello
di lei.
Abbandonarsi alla pazzia.
Unica soluzione logica e
razionale.
Gustare fino in fondo le
emozioni create dalla mente.
Dunque l’unica realtà sta nella mente.
L’amore è l’unica vera e
pazza realtà.
Il vento spazza la collina,
volano i sacchetti di plastica lasciati dai
turisti,
uno di essi lotta con un rovo, si agita
, tira, si muove con l’unico risultato di lacerarsi impigliandosi sempre più.
Gli alberi si piegano sperando che
quel vento caldo passi senza lasciar danni,
ma ogni tanto una foglia, un rametto se
ne và via,
come l’acqua del terreno, tanto preziosa
per la sopravvivenza di piante e piantine.
Il mio cuore asciugato dal vento,
lacerato dalle spine dei rovi,
spera che cessi il vento e lasci il posto
alla benefica pioggia,
il sole tanto prezioso ed invocato per
vivere è ora una maledizione.
Il mio cuore sà
che il vento tornerà,
puntuale ad ogni estate,
ed un giorno quell’albero
diventato vecchio,
si spezzerà sotto una raffica di vento
più forte delle altre.
Dormivo profondamente quando dalla radiosveglia è arrivata una musica fastidiosa, un attimo per capire cosa stava succedendo: erano le cinque, l’ora di alzarsi; poi un balzo per spegnerla prima che svegliasse mia moglie. L’ho guardata, dormiva; sono stato tentato di darle un bacio, ma non volevo svegliarla. Questa sera sarò già di ritorno, però mi dispiace sempre un po' andarmene senza di lei; viaggiare da solo è un lavoro, con lei è sempre una piccola vacanza
Mi sono vestito in fretta
e ho bevuto un po' di
latte freddo, pensando di fermarmi in seguito ad un’area di servizio per
prendere “cappuccio e pasta”, la borsa da viaggio era già pronta. Mi piace alzarmi presto, mi sembra di vivere di più. Ho
guardato fuori che tempo faceva, per fortuna ho visto
il cielo stellato, viaggiare con la pioggia è per me, triste e stressante.
Raccolgo le mie cose, uno sguardo a lei per vedere se dorme ancora, poi entro
in macchina e mi chiedo se ho dimenticato qualcosa.
Tutto a posto: partenza.
Quando sono entrato al
casello dell’autostrada era ancora buio, meglio vedrò
l’alba in viaggio, ancora c’è poco traffico. A quest’ora
ti domandi sempre se le altre persone che stanno viaggiando stanno
partendo o stanno arrivando, se si sono appena alzati o stanno andando a
dormire; siamo tutti presi dal nostro modo di vivere che facciamo fatica a
concepire che ci sia gente che vive in modo diametralmente opposto.
Mi lancio in autostrada,
metto la quinta, velocità di crociera centotrenta, piccolo dilemma: a che ora
arriveranno i giornali agli autogrill? Se mi fermo
troppo presto, poi devo fermarmi nuovamente, anche se sono partito in anticipo
rischio di far tardi. Milano è lontana. Fra cinque minuti c’è la prima area,
meglio fermarsi alla seguente, oltre ad esserci sicuramente i giornali, troverò
anche il market per curiosare un po', però se la fame comincia farsi
sentire; mi accendo una sigaretta per calmarla.
Quando c’è poco traffico
riesco a spingere sull’acceleratore, mi sento tranquillo, quando sono nervoso
mi assale la tensione e mi fa’ paura tutto, a volte mi succede che
mentre sorpasso un camion, una buca nella strada, o un difetto nell’asfalto mi
fa' pensare di avere i pneumatici
sgonfi, mi sembra che la macchina non tenga la strada, sento strani rumori, poi
rallento e c’è subito qualche imbecille che viaggia ai duecento all’ora che mi
lampeggia per passare. Invece quando mi sento bene è
piacevole guidare. Oggi sono soddisfatto. Sono soddisfatto della mia
vita, della mia macchina, di mia moglie, del lavoro
che faccio. Sto bene.
Ogni tanto, quando guido,
penso alla morte, se mi scoppia un pneumatico, se mi
capita un incidente ... Io non ho paura di morire. È difficile parlane con
qualcuno: quasi tutti non vogliono pensarci e se ne parlano lo fanno in modo
scaramantico; non è facile poter fare un ragionamento serio, anche perché la
maggior parte delle persone che conosco, vivono come
se fossero immortali. Non ho paura della morte perché penso di aver vissuto
bene, non sono stanco di vivere, tutt’altro,
però penso alla mia fine con serenità; riesco anche a pensare a cosa faranno le
persone che conosco, come reagiranno, come il mondo continuerà la sua corsa
anche senza di me.
Ti rendi conto di essere adulto quando entrando nel cimitero, ti accorgi di
conoscere molti di quelli che sono là, quando nei tuoi ricordi entra sempre una
persona cara o semplicemente un conoscente che ora è morto. Mi hanno sempre
colpito quelle persone che di fronte ad un morto reagiscono con serenità, con
dolore certo, con sconforto, ma senza angoscia, come di fronte a qualunque cosa
dolorosa, ma necessaria; difficile da affrontare, ma
inevitabile.
Guardo nello specchietto
retrovisore: è l’aurora. Mi dispiace che il sole sorga dietro di me, è uno
spettacolo bellissimo. Poterlo vedere è uno dei motivi che mi spinge a partire
così presto.
L’altro motivo è poter
fare i miei riti con calma: la colazione e leggere il giornale soprattutto. È
una mania che mi porto dietro da quando lavoravo in
fabbrica, le giornate di festa, non
Sta’ sorgendo il sole, si annuncia una
bellissima giornata, uno spettacolo eccezionale, i colori sono stupendi, se non
fossi ateo sosterrei che questa è la dimostrazione che Dio esiste. Mi dà il
senso della vita, delle cose che cominciano, dell’energia e dell’entusiasmo che
si ha quando si inizia qualcosa di nuovo. Poi è
l’unico momento, insieme al tramonto che puoi, anzi
che vuoi guardare il sole, questa entità sempre presente nella vita, mai
guardata, mai scrutata, banalizzata, scontata dentro di noi; non si sta’ “sotto il sole”, ma “nel sole”.
Ecco l’autogrill,
freccia, mi sposto a destra, rallento, mi sembra di
sentire già l’odore del caffè. Oddio, si sta’ fermando un pullman,
spero di precederli, altrimenti faccio notte qui.
Entrando in autogrill,
sento “l’odore del viaggio”: quel misto di caffè e
altri odori non meglio definiti che senti solo in questi posti, uguale in tutti
gli autogrill d’Italia; come quella sensazione di freddo che provi nei loro
bagni.
Così come per la
“colazione e giornale”. Anche curiosare al market mi dà un piacere legato ai
ricordi: quando ero ragazzo si passavano ore a curiosare alla standa nei giorni in cui si marinava la scuola, che
indubbiamente sono state le giornate più belle del
periodo scolastico. Sono sempre stato attirato da tutto ciò che non conosco,
dalle merci più strane, ricordo che per mesi ho fatto il filo ad un contatore
per auto, naturalmente non l’ho acquistato, non sapevo cosa farmene, però la
voglia di possederlo era tanta che se avessi avuto i
soldi per comprarlo, mi sarei inventato il modo di usarlo. Il market dell’autogrill è il paradiso delle cose inutili e
strane, devo sforzarmi di lasciar stare per non fare tardi. Magari compro
qualcosa al ritorno.
Esco
soddisfatto, mi accendo un’altra sigaretta e riparto. Sono un po' in ritardo sui tempi che mi ero dato. Il traffico è aumentato, ma mi sento bene, spingo
sull’acceleratore: centocinquanta all’ora, terza
corsia. Ecco l’imbecille, ”Cosa lampeggi a fare? In
ogni modo, finché non ho finito il sorpasso non mi
sposto”, certe cose mi danno un fastidio esagerato. Cambio canale alla radio
per ascoltare il giornale radio, ormai deve essere il terzo, o il quarto, in
ogni modo non riesco a seguirlo, i pensieri mi distraggono; non mi piace
ascoltare la musica mentre guido da solo, preferisco
sentir parlare. Pensieri, pensieri ... quando guido
non mi annoio mai, penso alla mia vita, a quello che devo fare, sogno ad occhi
aperti, penso ai miei progetti. Le idee migliori mi vengono in macchina, a
volte penso di portarmi un registratore per fissare le idee migliori, per paura
di dimenticarmele, ma parlare a voce alta non è come pensare: ci vuole più tempo ... le idee non si susseguono come nel pensiero. A
volte mi piace fantasticare, spesso penso a cosa farei se vincessi tanti
miliardi; ricostruisco tutto nei minimi particolari, il tasso della banca, il
modo per ritirarli, le trattative per comprare una villa, insomma tutto. Da notare che non gioco e non ho mai giocato niente e non partecipo
a nessuna lotteria, però è bello così, pensare a cosa farei se avessi tanti
soldi, come passerei le mie giornate; di solito devo aumentare la vincita
perché non mi basta mai per fare le cose che vorrei. La variante del
sogno è l’eredità, ma è molto più complicato. Parenti che non conosco,
possedimenti lontani, io non voglio cambiare i miei posti e la gente che ho
vicino, nemmeno in sogno.
Adesso stiamo
rallentando, speriamo che non ci sia un incidente, alla radio non ne hanno dato notizia, speriamo bene. C’è da dire, però che non mi
sono mai state utili le notizie sul traffico: o è troppo tardi per evitare
l’ingorgo o la notizia è vecchia e l’ingorgo non c’è più. Funziona solo quando ci sono mezze catastrofi e chiudono
l’autostrada; anche dai pannelli luminosi, che hanno installato nei pressi
delle uscite, le notizie più utili sono quelle della temperatura. Uno sente un
gran caldo e si chiede quanti gradi ci saranno, se sei in autostrada lo puoi
sapere. Per fortuna non c’era niente, ora si viaggia
di nuovo a velocità normale.
Fra poco mi fermo per
prendere un caffè e fare benzina. Chissà
se lei si è svegliata. Gli telefonerei, ma ho paura che dorma ancora, e
poi non vorrei fare la figura di quello che non ha
pace, sono partito da poche ore e già sento la sua mancanza. Quando
è con me, potrei guidare all’infinito; in macchina non puoi far altro che
parlare e parlare con lei è una delle cose più piacevoli che conosco.
Ma cosa fa' quel camion? Sbanda. Va’ a toccare
la macchina che lo sorpassa. Freno! Freno con tutta la forza. Sento la macchina
che sbanda. Cerco di agire sul volante. Freno! La macchina si gira. Freno!
Stringo il volate con tutta la mia forza. Freno! Sento
le botte sorde delle lamiere. Freno! Lo schianto. Un incidente terrificante. Il
silenzio. Solo silenzio. Non sento le sirene delle ambulanze e della polizia.
Silenzio. Il silenzio è calato sui miei sogni, sui miei
progetti, sulle mie gioie e sui miei dolori.
Sono contento di essere
vissuto.
Principessa,
Con te, ho scoperto un’altra forma di amore, quella forse egoistica, di dare senza ricevere o
cercare nulla in cambio.
Se quando veniamo al mondo, abbiamo
una missione, la tua l’hai già assolta: quella di far
crescere tuo padre, di farlo diventare realmente adulto e soprattutto di averlo
reso felice in ogni aspetto del vivere. Finora la sua felicità era monca, era orfano di un piacere provato per la prima volta il primo
novembre, quando non era capace di rimetterti nella culla.
Oggi, la consapevolezza di questa
gioia, con tutti i limiti, i dubbi e le paure che essa comporta.
Scusami di questo egoismo,
questo mio pensiero è volto solo alla mia gioia ed al mio vivere, ma credo che
in questo momento sia tutto quello che posso fare per renderti la vita più
bella possibile; chiedo scusa anche a tuo fratello, che è così bello da
sembrare normale, ma per me siete tutti
e due speciali e faròdi tutto perché la vostra vita
sia speciale e soprattutto serena, perché ritengo che la vita non debba essere
felice e spensierata, ma intensa e serena.
16
anni, marlboro in bocca, ansia nel cuore.
Non
è l’età per Miller, neanche quella per Keruac.
Gaber ci scherza
“On the road, on the road! On the road noi, e loro a casa
al caldo”
16
anni, tuta blu, catena di montaggio.
Ma
chi cazzo sono Miller e Keruac.
Lo
chiedi a quelli che invece di andare in fabbrica stanno studiando.
40
anni, marlboro in bocca, ansia nel cuore.
Non
trovi nessuno con cui parlare di Marx, nessuno sa chi era Bakunin.
Augusto,
De Andrè, Bonvi, è tempo di
commemorazioni.
40
anni, occhiali di Armani,
commerciante
Quanto
dura l’emozione che abbiamo lasciato nel nostro passaggio terrestre?
Lo
chiedi a quelli che invece di andare in fabbrica hanno studiato.
Così
immerso nei miei pensieri sto guidando velocemente; mi lascio alle spalle una
breve e solitaria vacanza in Spagna. Quelle vacanze che dovrebbero servire a
ritrovare sé stessi. In realtà quando torni sei ancor
più pensieroso, i dubbi sono aumentati. E’ l’aurora, mi piace molto guidare
mentre si fà giorno. La luce
trasforma il paesaggio, lo colora prima di rosso, poi gli restituisce i colori
che la notte aveva nascosto. Riesco a meravigliarmi
ogni volta. Il mio stato d’animo è un’alternanza di momenti magnifici e grande depressione. Ora sento una mano che mi afferra il
cuore e me lo strige forte, lo sento battere come un dito dopo una martellata,
le angoscie della mia vita mi stanno
assalendo, gli occhi mi bruciano e stringo i denti.
Vedo
un ragazzo lungo la strada; freno bruscamente, faccio un po' di retromarcia per
avvicinarmi a lui. Jò!! Sali scroccone. (Jò è un famoso scroccone di
sigarette). Si siede accanto a me e mi racconta di un
ragazzo italiano a cui ha scroccato delle sigarette e si è fatto dare un
racconto. La conosco la sua filosofia del racconto che è di chi lo legge. Mi
hanno anche raccontato di suo nonno: “la terra è di
chi la lavora” e anche di suo padre: “la fabbrica è un istituzione sociale, non
è del padrone”.
Filosofie
maschili perché Bice diceva sempre “la .... è mia e me
la gestisco da me”, intanto Jò continua a
raccontare..., con il suo modo di vivere così alla giornata, così improvvisato,
così certo ... Dio come sento vecchio. Sto per rispondere ai
suoi racconti con una mia storia di vent’anni fa’
... Dio, sono proprio vecchio.
Ma
saranno veri i suoi racconti? O sono storie, anzi
racconti che si è fatto dare da altri. Di chi sono i racconti?
Intanto
passiamo la frontiera francese Jò
vuole scendere. Tutto sommato sono contento.
Rimango solo con i miei pensieri.
Finalmente
arrivo a casa, Anna, i miei cani, la vita. E si la
vita, perché questa è la vita. I racconti sono solo sogni.