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Il Corriere della sera, Sabato 20 dicembre 2003, pag. <= span class=3DGramE>19
Pablo Pineda è il primo europeo con questo handicap a = finire gli studi
MADRID - «Sono progressista. Critico questo di= scorso conservatore che vige ora nel settore educativo, nella vita sociale e politica... Attenti a non creare ghetti. Il discorso è globale, colpisce chi patisce sindrome di Down come an= che i negri, gli arabi, tutti i diversi. Il rispetto per i diritti umani, per l'<= span class=3DSpellE>equaglianza, deve essere al di so= pra di tutto, al di sopra del denaro, del potere, della competitività. E su questo piano stiamo retrocedendo... Dove andremo a finire? Ci tocca vivere un momento molto duro, a noi progressisti». C= hi parla non è un politico di sinistra o un leader<= /span> sindacale. Si chiama Pablo Pineda, ha ventinove anni, possiede un diploma in Magistero e sta per laurearsi in Psicopedagogia all'università di Malaga. È la prima persona affetta da sindrome di Down che in europa arriva così lontano negli studi. Attraverso una lunga intervista al settimanale El País= , il Maestro Pineda ha inviato un messaggio a tut= ta la società.
Ha parlato di sé, dei genitori, degli amici, delle amiche, dell'innamoramento, dei suoi studi, delle difficoltà, del lavoro. An= che se continua a studiare il giovane ha già cominciato a lavorare con il comune di Malaga in attività di aiuto a= i minusvalidi. Funziona, dice lui, come «sensibilizzatore», come esemp= io.
Quando nacque ai suoi genitori venne detto ch= e le possibilità di apprendimento sarebbero state scarse. I suoi non died= ero ascolto ai dottori. «Quando ero piccolo - ricorda Pablo - mio padre e mia mamma più che consultar= e i medici dicevano loro quel che c'era da fare. I dottori dicevano: questo bam= bino non potrà imparare altro che le cose più semplici e i miei genitori non badavano a queste parole. Pensavano: tu occupati delle tonsill= e e noi ci occupiamo dell'educazione di nostro figli= o. Mai hanno creduto che non potevo imparare, mai hanno creduto ai medici anche quando mi volevano bene. Pensavano che dovevo essere autonomo e mi hanno educato con questo obiettivo... Mi lasciavano andare solo sull'autobus, ad esempio. All'inizio avevano paura, quando ero piccolo, però si tenevano dentro i loro ti= mori e vigilavano da lontano lasciando che prendessi l'autobus da solo. Tutti, i genitori, mio fratello, mio zio, si nascondevano= per spiarmi dietro un giornale, come detective. Se cadevano quattro gocce e chiedevo a mio padre di accompagnarmi in macchina,= lui mi diceva “Mettiti l'impermeabile e vai in autobus”. I miei sono stati forti».
La direttrice della Fondazione catalana sindrome di =
Down,
Katy Trias darebbe il voto massimo ai genitori =
di Pablo. Sostiene che per gli infermi di sindrome di Down occorre un progetto di vita, un nuovo sguardo. Uno
sguardo non rivolto esclusivamente alla sindrome,
all'handicap, ma anche alle capacità e potenzialità esistenti=
in
ogni persona. «Se siamo convinti - sostiene - che le persone minusvalide hanno possibilità di crescere e di
formare parte attiva della società queste persone sono capaci di
rispondere al progetto, alle aspettative. Se non
abbiamo un progetto per il loro futuro, cresceranno senza speranza, senza d=
ar
valore ai progressi e si manterranno confinate al ruolo di eterni
bambini». Da questo ruolo Pablo Pineda ha saputo sfuggire con determinazione e intell=
igenza
anche se non si nasconde che la buona volontà non può essere
sufficiente. «Come vi sono differenze fra le persone normali e non tu=
tti
arrivano all'università - dice - così esistono differenze fra
noi. Ciascuno arriva dove arriva. Io sento una
responsabilità molto grande». Il giovane non nasconde che si
è innamorato molte volte e sempre di belle ragazze. Amori platonici
«Una volta ho perduto veramente la testa - rievoca - e la ragazza, ch=
e se
ne era accorta e che aveva già un fidanza=
to, mi
ha detto: “Pablo, siamo buoni amici, dobb=
iamo
continuare ad esserlo”. È stata la cosa peggiore che poteva di=
rmi.
E così mi sono reso conto che quello delle
ragazze era un problema in più. Ho capito che la sindrome di Down mi avrebbe marchiato a vita, che le ragazze non
volevano innamorarsi di me perché ero malato. Ep=
pure
continuo a ribellarmi contro questo pensiero Però so che una ragazza
dovrebbe essere molto speciale. Non piaccio alle ragazze normali. Pensa cosa
direbbe un padre quando si rendesse conto che sua
figlia esce con un fidanzato con sindrome di Down».