Corso di Educazione all’Autonomia
Educare all’autonomia
sociale ragazzi con sindrome di Down:
progetti ed esperienze dell’Associazione Italiana
Persone Down
Perché
educare all’autonomia
Tutto lo sviluppo e la crescita del bambino può essere visto come un graduale
passaggio dalla dipendenza verso l’autonomia che diviene completa quando il
bambino diviene adulto e cittadino a tutti gli effetti, soggetto e oggetto di
diritti, capace di lavorare e di avere rapporti paritari con gli altri.
Nella crescita verso l’autonomia, un bambino con disabilità
incontra due tipi di ostacoli: da una parte le
difficoltà legate al suo deficit, dall’altra gli atteggiamenti di paura e le
ambivalenze dell’ambiente che interferiscono con il suo grado di autonomia
potenziale, raggiungibile pur nella situazione di svantaggio. Spesso i genitori,
ma anche la gente in genere che il bambino con disabilità
incontra, talvolta gli stessi operatori e insegnanti, sviluppano nei suoi
confronti un atteggiamento assistenziale e protettivo
che ne limita l’acquisizione di indipendenza.
Sembra quasi che si voglia compensare con maggiore affetto ed atteggiamenti più
permissivi il disagio per il deficit o che a causa di esso
il bambino venga complessivamente ritenuto incapace e quindi bisognoso di
assistenza e di qualcuno che operi al posto suo in ogni occasione.
Tra coloro che si occupano di ritardo mentale si è
fatta però strada in questi anni la sempre più radicata convinzione
dell’importanza dell’educazione all’autonomia per lo sviluppo di una persona
con handicap mentale e per il suo inserimento sociale.
Non sfugge a nessuno come sia più facile, già in
scuola materna, inserire un bambino con disabilità,
se questi ha una propria autonomia nell’andare in bagno o nel mangiare, se sa
rispettare delle regole e come spesso la conquista di queste abilità sia indipendente
dalle difficoltà che egli ha su apprendimenti più didattici.
E ancora come una buona autonomia personale sia poi,
andando avanti, prerequisito fondamentale per l’inserimento sociale e
lavorativo di giovani e adulti con handicap mentale.
Molte conquiste però, soprattutto nell’ambito dell’autonomia esterna, sono
difficilmente raggiungibili in ambito familiare soprattutto
quando tale problema viene posto in adolescenza, momento in cui i
ragazzi con disabilità, così come gli altri
adolescenti, iniziano a manifestare desiderio di distacco dei genitori e mal
sopportano le loro richieste.
Al tempo stesso anche per i genitori riconoscere e accettare che i loro figli
stiano diventando grandi è spesso difficile e tale processo va in qualche modo
sostenuto.
Il tema quindi dell’educazione all’autonomia assume allora un particolare
risalto nell’età adolescenziale.
L’esperienza AIPD
È per affrontare questi bisogni, per rispondere a tali esigenze che nel 1989 a
Roma presso l’Associazione Italiana Persone Down (allora ABD) è sorto il I corso di educazione all’autonomia per
adolescenti con Sindrome di Down rivolto a ragazzi tra i 15 e i 20 anni.
Oggi questo Corso è diventato un’attività istituzionale dell’Associazione ed è
frequentato a Roma da 50-60 ragazzi ogni anno. All’esperienza romana si sono
aggiunti Corsi in altre città sedi dell’Associazione e ad oggi sono operanti 20
esperienze analoghe in altrettante città e molte altre similari si sono
ispirate al modello AIPD presso ASL, comuni e centri sociali. A Roma intorno al
Corso sono nate altre iniziative che a partire da esso
hanno dato risposte al bisogno di tempo
La struttura del corso
Per delineare un itinerario educativo nell’ambito
dell’autonomia esterna e definire aree da esplorare e abilità da raggiungere
abbiamo cercato di rispondere alle domande “Quali sono le competenze minime
essenziali per cavarsela da soli fuori casa?” e ancora “Di che cosa ho bisogno
per la mia vita quotidiana, per il lavoro, per il tempo
Immediatamente ne è scaturito un elenco di abilità legate alla capacità di
spostamento ed altre legate alle capacità di acquisto e di uso dei servizi in genere.
Analizzando tali esigenze formative è stato possibile raccogliere in 5 aree
educative gli obiettivi di tale itinerario:
Il Corso di educazione
all’autonomia si colloca nell’ambito del tempo
Ogni ragazzo si incontra un pomeriggio a settimana con un gruppo composto da 8
a 10 ragazzi Down e 3-4 operatori. Dopo un momento comune il gruppo si divide
in sottogruppi di 2-3 ragazzi più un operatore, e un volontario o uno degli
obiettori di coscienza in servizio presso l’ente.
Le attività proposte ai ragazzi toccano in modo trasversale le aree sopra
illustrate e si realizzano perlopiù all’interno del sottogruppo.
Ma autonomia non vuol dire solo acquisire alcune competenze, ma riconoscersi
grandi e sentirsi tali, ritrovando così in questo cambiamento dalla condizione
di bambino a quella di adolescente motivazione
nell’assumere nuovi comportamenti e nel superare le inevitabili difficoltà. Il
clima scelto per le proposte del corso è allora quello di un ambiente
ricreativo e gratificante in cui i ragazzi si sentano
protagonisti e vengano così anche rinforzati nell’assunzione del loro essere
“grandi”.
Per questo è stato creato, come contenitore per questa esperienza, il “Club dei
Ragazzi”. Questo clima aiuta i ragazzi nella loro identificazione come
adolescenti e stimola la comunicazione e l’instaurarsi di rapporti di amicizia all’interno del gruppo.
I nodi della metodologia
di lavoro
Nell’impostazione del progetto del corso e nella scelta delle modalità di realizzazione per le attività possono essere individuati
alcuni nodi che ispirano l'intero stile di lavoro.
Un
rapporto basato sulla “verità”
È stato dato un grosso peso alla motivazione come stimolo per ogni
apprendimento nella convinzione che ciò possa essere un ottimo motore per un
insegnamento che parte e si colloca nel concreto. Questo vuole dire ad esempio
contare i soldi per andare a fare merenda al fast-food,
usare il telefono per contattare l’amico assente, chiedere informazioni per
raggiungere un luogo dove si vuole passare insieme il pomeriggio, ...
Ciò è in evidente contrasto con un apprendimento basato sulla pura
esercitazione ripetitiva come è talvolta quello
scolastico o in genere con l’idea di chi crede che una persona con handicap
mentale impari più facilmente in modo meccanico e ripetitivo.
Ma è anche la scelta di motivazioni reali e non
fittizie rispetto alle quali i ragazzi sono molto sensibili. Nessuno di loro va
volentieri a comprare il latte se c’è già in frigorifero o se sa che comunque ci andrà la madre se lui non si muove (abbiamo
avuto una serie di episodi del genere nei racconti delle famiglie).
Allo stesso tempo questa modalità di rapporto rinforza nei ragazzi la
convinzione di essere grandi e oggetto di fiducia da parte degli adulti.
Tanto più la situazione sarà vera tanto più i ragazzi si sentiranno coinvolti,
importanti e spinti ad agire.
Coinvolgimento
attivo dei ragazzi nelle scelte e nella gestione delle attività
Anche questa scelta punta ad una incentivazione dei
ragazzi ad agire correttamente e da grandi, rendendoli sempre di più
protagonisti delle varie attività.
Essa ha determinato, oltre ad una serie di piccole e grandi attenzioni (il
progetto del week end riportato nella scheda ne è un esempio, così come la decisione di che cosa prendere
per merenda, o il dibattito in previsione del voto, ecc), anche la scelta di
lavorare sempre in piccoli gruppi con momenti di ulteriore suddivisione.
Spesso nella vita di questi ragazzi, anche quando viene
proposto loro un ruolo attivo, questo viene sempre presentato come una forma di
aiuto (“Mi aiuti a cucinare, mi aiuti a fare la spesa, ecc.”) un po’ come si fa
con i bambini con l’idea di renderli attivi, ma senza credere troppo nelle loro
capacità. Essi avvertono questo e sono perciò spesso poco disponibili (“Perché
devo farlo se ci sei tu ed io non sono necessario?”), atteggiamento che
talvolta viene inteso invece come incapacità.
La scelta del corso è di porre attenzione a che il loro ruolo nelle varie
attività sia sempre il più centrale possibile.
Considerazione
del loro “essere grandi” e riconoscimento esplicito di tale ruolo anche come
rinforzo verso l’acquisizione di ulteriori autonomie
Ciò si realizza anche nel modo di rivolgersi ai ragazzi, nel linguaggio, nel
tipo di attività proposte per passare il pomeriggio, adeguate al loro essere
adolescenti (il cinema, la discoteca, il bowling, il fastfood,
ecc).
Dare fiducia ai ragazzi è importante in quanto li stimola ad avere maggior iniziative
e coraggio nel fare le cose.
La considerazione del loro essere grandi comporta anche il mantenere nella
conversazione coi ragazzi un piano di realtà, non
assecondando fantasie impossibili, ma aiutandoli a confrontarsi con fatti reali
vissuti o vivibili.
Percorsi e
Strategie personalizzate
Per ogni ragazzo, a partire dall’analisi delle abilità già possedute vengono
posti ogni anno obiettivi individualizzati che possano portare ogni ragazzo a
fare un passo avanti sul proprio cammino verso l’autonomia. Per la valutazione
delle abilità gli operatori utilizzano apposite schede
di osservazione strutturate che vengono compilate almeno 2 volte l’anno. Dopo i
primi due mesi di attività, ad ogni ragazzo viene
esplicitato il proprio cammino attraverso la proposta di 5 obiettivi concreti
da raggiungere per diventare “Ragazzi in gamba” visualizzati nelle 5 punte di
una stella, obiettivi quali portare il proprio gruppo in qualche luogo, fare
acquisti, ecc. Attraverso tali obiettivi si avanza nel raggiungimento delle
competenze prima indicate all’interno delle aree educative e al tempo stesso,
facendo partecipare in modo consapevole il ragazzo al proprio “imparare
facendo” si rinforza la sua autostima.
Per ogni ragazzo, inoltre, vengono individuate
strategie per renderlo autonomo che partano dalle loro risorse, ad esempio se
un ragazzo è capace di leggere viene stimolato a farlo nel riconoscimento dei
prodotti nei negozi, se non lo è viene sollecitato a riconoscere l’immagine del
prodotto o della stessa scritta sulla scatola.
Ogni abilità da acquisire viene vista, non in sé e per
sé, ma sempre in relazione all’obiettivo finale dell’imparare a “cavarsela” e
quindi scelta in funzione di esso e delle capacità o delle difficoltà del
singolo ragazzo.
La metodologia di lavoro è globalmente caratterizzata da un approccio
progettuale in cui ogni proposta nasce sempre da un riferimento agli obiettivi,
l’analisi della situazione (ambientale e personale) e delle risorse.
Nello svolgimento delle attività vengono anche utilizzati “strumenti” che
possono facilitare l’esecuzione di alcuni compiti e
fungere da ausili per il raggiungimento degli obiettivi di autonomia scelti. Ad
esempio è utile, soprattutto per i ragazzi più emotivi e timidi, utilizzare
biglietti come supporto agli acquisti o alla richiesta di informazioni;
per tutti abbiamo trovato opportuno proporre l’uso del marsupio invece di borse
o zainetti perché dà la possibilità di utilizzare entrambe le mani per estrarre
e conteggiare il denaro, o ancora abbiamo proposto l’uso di coltelli col
distanziatore, le forbici, i misuratori graduati invece della bilancia, gli
accendigas a fiammella in cucina per facilitare alcune operazioni.
Ad eccezione del portafoglio che è stato studiato e realizzato appositamente
per i ragazzi, nella scelta degli strumenti si è visto come sia possibile, con
un minimo di creatività e con un accurato lavoro di osservazione
dei ragazzi e delle loro difficoltà, trovare infiniti mezzi e strumenti
“normali” già in commercio per render loro più facile raggiungere una certa
autonomia.
Lo staff, i genitori
Sia a Roma che nelle altre realtà gli operatori che
lavorano con i ragazzi sono di formazione sociopedagogica
e ricevono poi dall’associazione una formazione specifica sulla metodologia del
progetto. Il coordinatore è sempre un assistente sociale o, in alcune realtà,
uno psicologo.
Gli operatori e il direttore del corso si incontrano
periodicamente (1 volta ogni settimana, massimo 15 giorni) per la verifica e la
programmazione; la struttura stessa del corso rende infatti necessario
riscegliere attività e modalità di volta in volta, sia pure in riferimento agli
obiettivi e alle linee guida fissate, incrociando questi con le abilità dei
singoli ragazzi, le risorse utilizzabili e la creatività degli stessi operatori.
È il confronto continuo che ha reso e rende più
omogeneo lo stile di conduzione e più attenta l’osservazione dei cambiamenti e
l’analisi delle difficoltà.
Agli operatori (tutti giovani per poter garantire la realizzazione di un clima di effettiva condivisione coi ragazzi) si affiancano dei
giovani volontari, la presenza di questi ultimi consente di creare una
dimensione di gruppo ottimale, coadiuvando gli operatori nel ruolo educativo ed
eliminando il rischio di dipendenza dall’operatore e di competitività affettiva
fra i ragazzi.
Durante l’anno, ovviamente anche i genitori partecipano dell’esperienza dei
ragazzi, incontrandosi con gli operatori sia in colloqui individuali, sia
attraverso riunioni di piccolo gruppo in cui i genitori hanno modo sia di
conoscere meglio che cosa succede durante le attività,
sia di confrontarsi tra loro e con gli operatori sulle proprie esperienze
familiari. Spesso in tali occasioni i genitori trovano idee e anche nuova
energia per aumentare gli spazi di autonomia dei ragazzi
nella loro vita quotidiana. Lo spirito infatti del
corso è quello di fornire ai ragazzi e alle famiglie alcuni strumenti ed un
forte incoraggiamento perché sia poi nella vita di tutti i giorni che possa
esprimersi l’autonomia conquistata.